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Leopardi: Un Asociale Che Ci Guida dagli Altri.

11.12.2022
Senza stare a rovistare fra i giornali e giornaletti, antologie e antologette, sapremo bene rievocare alla memoria quello che per una vita ci hanno detto su Giacomo Leopardi: il depresso, il pessimista, il negativo di Recanati.
Stare qui a fare l'elenco – per di più di un'errore storico di cui dovremmo vergognarci – è poco fertile e/o utile. Come sterile è parlare – ancora – del ruolo della critica letteraria in questo misfatto.
Certo, grazie a recenti pubblicazioni e film, tutto questo sembra in qualche modo restaurato, anche troppo – a mio parere.
Così che io preso da incontenibile tristezza per queste faccende, mi sono ripromesso di recuperare la mia versione dei "I Canti" che spesso mi avevano suscitato, in gioventù. Non potendo, ed essendo costretto a sfogliare una versione digitale, anche le suscettibili idee che queste pagine mi avevano in passato evocato, sono cambiate.
In passato per me Leopardi è stato un compagno di giochi a una sola voce: per me era un fratello di differente madre, che parlava i miei pensieri e lì metteva su carta. Era l'uomo che mi confermava che si, c'era un sola soluzione alla vita del sofferente o del tormentato, e che quella era la morte.
Non l'ho mai letto molto, non sono molto competente di lui (e di questo mi dispiaccio), ma sempre ho sentito questa forte connessione e comunanza.
Ma l'avevo compreso?
Oggi, che mi ritrovo con un animo possibilmente più cupo d'allora, a sfogliarne I Canti: tutto è cambiato. Oggi è Leopardi, che deve farmi cambiare idea sulla solitudine.
Perché, a questa rilettura egli non appare un poeta dell'assoluto, o del particolare – della vita. Un poeta che giustappone vita e morte rispettivamente con il male e il bene. Bensì un poeta "vivente", senza giuochi di parole. È un poeta NELLA vita: il mio grande errore forse, nei suoi confronti, è stato considerarlo un solitario fuori dal mondo (come me). Non è la distanza che annebbia e diluisce il sentimento – come vorrebbe una banale tiritera su "occhio non sente, cuore non duole". Anzi le distanze, in Leopardi, sono sempre piene di dialettiche. Sembra dire a noi, che si è sempre soli in due. Noi, e ciò da cui siamo distanti.
"Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?" si chiede il poeta, ed è ben più di "cantami Oh Musa". E quando interroga il suo passero solitario, è più di un espediente poetico. È il sentirsi in "relazione con".
Che Leopardi abbia fatto una vita sedentaria e curva sui libri o attiva e piena di sorprese poco importa: è d'un altro tipo di eccitazione che I Canti ci parlano. Ed altro è il tipo di relazione di cui si sente il profumo.
Noi siamo sempre attivi, per quanto fermi e sedentari, il nostro animo è ferocemente in subbuglio – positivo o negativo non importa.
Chi cerca la stabilità o il rilassamento non cerchi Leopardi – e aggiungerei si proponga un nuovo obiettivo: Leopardi ci dice che la vita non è in stato di quiete, e per questo, può darsi che l'unica vera pace sia la morte.
Chi cerca una poesia da leggere sul divano di fronte al caminetto, poco ha da cercare, non la troverà. Anche il più dolce e tranquillo dei versi è posto con una forza che cela un tormenta od un vulcano. Non sono però versi di un romantico assolutista: qui la forza sta nel sentire profondo, fragile, umano – piuttosto che nel sublime e nell'amore Ideale.
Ma soprattutto, tra i protagonisti del poema, c'è un dialogo fitto, fittissimo: in cui Leopardi forse rivela il suo vero potere: narrare il parlare muto dei solitari, con la vita.
Il paradosso di Leopardi è che egli è un solitario che parla sempre d'altri, o quantomeno si mette in una serie di parallelismi e relazioni sentimentali con cose distanti.
Rimarcare che l'uomo è un'animale sociale non basta. L'uomo e un animale in relazione. Le lune ei soli, come le fanciulle e le nazioni sono membri alterni di monologhi a due, all'interno di cui, l'unica regola è l'interdipendenza. La dialettica per Leopardi è una questione emotiva: le emozioni sono costantemente e direttamente in dialogo con l'esterno. Essere leopardiano, vuol dire in fin dei conti avere il cuore a fior di pelle. Che sia nel silenzio d'una notte stellata, in una camera con i pensieri affollati da fanciulle, o davanti l'infinito, il nostro dialogo con l'altro è incessante (senza scomodare Lacan con una A maiuscola, comunque).
Ma, una cosa è esserlo, un'altra è saperlo (come stiamo evidenziando), un'altra decisamente diversa, è sentirlo. Sentirsi come solo certi mistici religiosi sanno sentirsi rispetto al mondo – o a Dio – è tutta un altra storia… Sentirsi così diametralmente in connessione con le cose, con la vita. Un posto solitario dove tutto è in relazione, e tutto parla.
Basta saper ascoltare? Non solo.
Non è questa retorica banale dell'ascolto dell'altro che Leopardi mi ha presentato. Egli parla piuttosto del dialogo dell'altro dentro noi, del simbolo che l'altro rappresenta. Come un topos narrativo della nostra vita, la luna la fanciulla o il sole hanno un significato sia come persone, che come poli. C'era un verso di De Andrè, che recitava riguardo a un rapporto coniugale. Diceva più o meno: "Tra noi si discute l'amore / ci sono distanze, non ci sono paure."
È proprio questo, ma al rovescio, che Leopardi è sembrato dirmi, in continuazione, mentre lo leggo: "ci sono paure, ma non ci sono distanze".
L'emozione di Leopardi irrompe, dalla tristezza al terrore, dal dolore alla gioia, dallo sgomento all'estasi, in ogni rapporto con l'altro e con l'esterno. Eppure eccolo lì, in dialettica emotiva, proprio con lui, con questo straniero, che Leopardi include e mai allontana, che Leopardi desidera e bestemmia, anche fosse fonte di "amore eterno" o viceversa "dolore cosmico".
A pensarci a fondo, in maniera meramente teorica, l'incontro con qualcosa (o con qualcuno) ci condanna al cambiamento. Non possiamo attraversare un incontro senza esserne modificati. Anche fosse in maniera subdola, o implicita. Alla maniera in cui Eraclito segnala il divenire, "non ci si immerge mai due volte nello stesso fiume" noi, si cambia.
E il fiume cambia con l'incontro, che cambia esso stesso con entrambi.
Questa realtà complessa, non c'è verso che ci lasci in pace. Il solitario che c'è in Leopardi ce lo dice.
Ma forse ritornando un po' a ritroso, alla frase di De Andrè, che invertita, così bene rispecchia questa idea: "non ci sono distanze, ma ci sono paure", possiamo tornare ad amare Leopardi, come uno che dice qualcosa sul legame violento che ci lega al mondo e allo straniero prossimo a noi.
In questo, Leopardi mi ha detto una cosa. Una cosa personale e fra le righe: la solitudine in realtà, non è reale. Siamo sempre in dialogo, sempre in relazione e sintonia.
Anche il più eremita degli eremiti mantiene un ricordo del mondo che ha lasciato. È quella comunque la sua bussola e il suo metro di misura.
Perché Leopardi in fondo è un consapevole e lucido uomo, che ha saputo non solo provare, ma anche trascrivere un forte legame.
Quello fra il solitario e il suo mondo, un mondo fiorito per giunta. Dove giocano forti il ricordo, il rimpianto e l'aspirazione. Ma anche il presente.
Ha preso il suo dolore, nell'unico modo giusto: l'ha trasformato – in questo caso, in lucidità e bellezza.
Perché infondo solo un asociale, può insegnarci cosa vuol dire davvero essere in relazione con qualcosa: "è solo quando perdi le persone, che le capisci per davvero…", diremmo noi in due parole – sbagliando anche di molto.
Questa è una frase da asociale – cosa che Leopardi, non era affatto.


#aforismi

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