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Il "Colto" In Fallo

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Genitori Di Una Stella

28.12.2022
Camminavo col pensiero sul confine fra un notte insonne e il suo volgere nell'alba, in quel momento esatto in cui il crepuscolo è più nero e il fare del giorno e più brillante e inaspettato nella sua fanciulla timidezza. C'era un lieve suono di zanzare e TV dimenticate accese in piena sera, il mormorio dei condizionatori, il gorgoglio dei lavabi e il gocciolare delle grondaie gelate. E un lieve suono di risvegli, gli stessi che avvengono nei boschi in qualche ora simile, all'aprirsi delle crisalidi e dei fiori, nel concerto rumoroso e incessante delle pigne. Ero appunto lì nel letto, sudato e freddo, attraversato da pensieri silenziosi e fortemente miei, del cui contenuto incerto a fatica posso parlare. Quando guardai la finestra semiaperta e buia, e vi intravidi poche stelle antiche, tra cui proprio lei. La nostra stella.
Salii nella stanza dove avevo il telescopio grande, lucido e pulito; il solo in quell'ambiente sporco e poco curato che era casa mia; e lo puntai nello spazio più profondo.
Lo vidi inquadrare l'obiettivo in un punto stretto stretto, dove vidi la nostra stella che brillava, solitaria.
La guardai fino a che il sole non divenne troppo forte, e oscurasse con la luce tutte le stelle in cielo.
Così tornai di sotto, certo di non poter più riprendere a dormire.
Mentre le stelle sparivano e la luna rincasava, ecco che tu eri ancora nel sonno più fondo, il volto coperto dai capelli lunghi, e il seno bianco fuori dalla camicia scura. Il tuo sonno scomposto appariva ai miei occhi come il sonno di un bimbo, un sonno fanciullo.
Mi sedetti a guardare la culla muta, che ai miei occhi ricordava il sonno di un vecchio, un sonno decrepito ed eterno.
Così rimboccai le copertine nella culla vuota, mantenendo intatta la sua austerità di tomba mancata…
Poi lento e inesorabile, feci il caffè.

Si svegliò verso le nove, camminò lentamente verso la sala da pranzo dove il caffè era freddo e la colazione con lui. Gliene feci un altro, e glielo portai lì al tavolo grande. Era scuro e privo di schiuma, uno dei peggiori che avessi mai fatto.
– Che silenzio… – fece lei, rimarcando il distacco che ci separava oramai.
– Io invece sento tante… cose – dissi in tono un po’ critico, nonché un poco vago.
Mi disse – Senti non ce la faccio… non cominciamo con le cose tue…
– Capisco… – dissi. Ero sempre stato il sognatore della coppia, e fino ad un certo punto gli era andato pure bene.
Capivo anche che a lei non poteva andare avanti così.
Ci avevamo provato anche questa notte, ma più provavamo più il bambino non veniva. Più ci provavamo e più il test dava la gravidanza sparita. Eppure i medici non si spiegavano il fatto come qualcosa di legato alla nostra sfera biologica. Eravamo a posto, per loro.
Ogni sera, senza pause e respiro, al di là dei consigli dei medici, noi incedevamo in un sesso oramai non solo scevro d'amore, quanto anche di semplice piacere.
Bene, quella fu la prima sera che non andai a letto con lei. La prima che mi ritirai in salotto ad osservare le stelle.
Era la mia unica passione, al di fuori di lei. Ma questa è una frase fin troppo romantica per l’abisso in cui la perdita di una figlia ti spinge. L’avevamo chiamata Stella: una bambina dal sorriso lunatico, che facilmente si trasformava in pianto scrosciante. Stella dai piedini leggeri, che sapevano pestare, quando voleva qualcosa e non la poteva ottenere. Stella che era la cosa più scoordinata e al tempo stesso bella, quando ballava. Stella dai capelli tessuti di trame leggere, tinti di una strana immobilità, il giorno in cui l’andai a svegliare ma lei non si svegliò.
Mi sedetti sullo sgabello davanti al mio telescopio. Era amatoriale certo, ma di una fattura (e di un costo) decisamente importante. Sarah, mia moglie, ne aveva discusso più volte con me, o a volte scherzato, su quanto contasse per me quel “coso” e quanto contassero loro. Io non ci badavo, sapevano bene entrambe come stavano le cose.
E oggi per me questo non è cambiato, è solo diventato diverso.
Mi soffermai un momento a pensare a cosa significava, lo toccai ma non volli aprirlo, questo argomento.
Rimisi l’occhio nel telescopio. era ancora lì. La stella sembrava guardarmi, sembrava dirmi – papà, sono qui e ti guardo.
– Ti guardo anche io, – le risposi fra i denti, imbarazzati da una cosa così bizzarra com’è parlare coi propri figli nel cielo.
Fu strano lo so, ma sentii che mi rispose.
– Come stai, papà? – la sentii sussurrarmi.
Io dissimulavo un certo timore di essere oramai impazzito. Tutto quanto dolore, d’altronde, non doveva avermi fatto poi così bene. Stavo tornando di sotto, quando sentii ancora che lei, con la sua voce consueta, mi chiamava, dal cielo.
Io scesi spaventanto e mi misi a fare il caffè, Lo feci bollente, nero, schiumato, come piceva a mia moglie. Lei mi accolse in salotto, stranamente già sveglia.
– Con chi parlavi? – mi chiese, quando le porsi il caffè.
Non le volli rispondere, ma alla fine lo feci.
– Parlavo con nostra figlia – le dissi.
E aggiunsi – e lei parlava con me.
Mi sarei aspettato qualunque reazione, fatta eccezione per questa: si mise a piangere forte, mentre mi guardava distrutta.
– Tutto avrei voluto, – mi disse – meno che questo dolore distruggesse anche noi.
Io continuavo stupito a capire ben poco, cercai di dire – Io non…
– Il fatto è, – mi fermò – che con lei parlo anch’io. Ci parlo da mesi, attraverso la finestra della stanza da letto. Sento la sua voce che dice “Mamma, sono qui e…”
– “...e ti guardo” – completai la sua frase.
Cominciammo a salire, verso le 22 della sera, sul grande terrazzo che abbiamo sul tetto. Cucinammo e mangiammo, esattamente per tre. Un piccolo forno a microonde che si guastò proprio allora ci costrinse a riesumare il barbecue di mio padre, il nonno.
– é colpa tutta colpa di Mamma – sorrisi – che non sa cucinare…!
D’altronde Stella a quest’ora, dovrebbe avere i dentini per mangiare e l’età per capire l’ironia del papà. E in un certo senso lo fa, condividendo questa serata sotto la sua luce e il suo sorriso.

Quando passa una nuvola, che le copre lo sguardo, io e sua mamma ci baciamo mentre non può vederci da sopra nel cielo.
In quel silenzio tremendo, riscaldati dalle sue brevi parole di bambina, ritroviamo un poco di gioia perduta. Nei discorsi che facciamo verso il cielo, nei racconti e nei libri che le leggiamo per far andare quella Stella a dormire, possiamo ritrovare un famiglia che non abbiamo mai realizzato. E le sgridate, Dio le sgridate, che come sappiamo tutti sono sempre delle farse d'amore, noi siamo sempre e sempre pronti a interpretare, anche se bisogno non c’è.
In questo mestiere da duro che è essere genitori di una Stella, un poco di cielo, l'abbiamo trovato anche noi. E lei, o almeno così ci piace pensare, ha ritrovato un po’ di terra e di vita.
Ma è già il fare del giorno, lasciamoci riposare nelle nostre proprie parti del lettone di casa, mentre le ugole degli uccelli mattutini ci lasciano attoniti di fronte all'estate che già incede qui fra le case.
Tutti e due ci svegliamo, con i vestiti che avevamo il giorno prima. In mezzo al letto c’è uno spazio rimasto vuoto che ci sembra oggi così pieno. Già timido esce il sole, ma una Stella è lì e resiste.
– Vai a dormire – le diciamo: lei scompare, non dice altro.

#racconti

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Il "Colto" In Fallo - About me: «Ciao! So cosa stai pensando: l'autore di questo testo è un pazzo, perchè dovrei seguirlo?
Beh Caro Mio, di tanto non ti sbagli, e il mio Disturbo Borderline di Personalità non da di certo un'ottima impressione di e su di me. Ma sappi, che un'idea banale e volgare, vuole che i pazzi, siano geni.
Dunque, se ritieni il contrario, dovrai dimostramelo...!»
Seriamente: «Sono stato uno scrittore amatoriale e altre varie cose, ancora più amatoriali. Amo scrivere e leggere libri di racconti e filosofia. Programmare computer e suonare.
Ho tanti sogni, ma quando mi sveglio, poi me ne dimentico...»