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Il "Colto" In Fallo

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L'Uccellino Scozzese

18.12.2022
Era una sera beffarda, e cominciava a salire una nebbia che non ci avrebbe lasciato fino all’arrivo del giorno inoltrato. I topi ci cinguettavano felici, fuori dalle imboccature delle fogne all’arrivo della gente, che perdeva per strada pezzi di cibo e di vivande buone da mangiare. Era autunno, un autunno invernale sulla costa battuta dai venti nordici e da mari burrascosi.
Una nave sola si approcciò alla banchina. Ne scese un uomo alto, nonostante la schiena curva, che si diresse lesto verso le luci della piazza affollata. C’era musica tradizionale, forte e dolce, come la birra rossa o la ragazze che servivano ai tavoli. Avevano labbra fini, e capelli corposi di tutte le sfumature del rosso. I loro busti stretti ne esaltavano le forme minute e ne coccolavano quelle abbondanti. Le loro pelli bianche stregavano i marinai, tanto quanto quelle di donne africane scurissime e brune. Il marinaio sedette, chiese da bere per due.
Estrasse poi, all’arrivo delle birre, un piccolo sacchetto dalla giacca e lo aprì. Era un uccellino malato, probabilemente ad un'ala. Zampettava quà e là, ma non lasciava il padrone. Una sorta di versione riarrangiata, e dolente, del pappagallo dei grandi capitani pirata. L’uomo, il padrone del passero, aveva un volto rasato, e velato di verde; come hanno gli uomini dalla barba fitta fitta o molto ispida, alle volte. Il piccolo cappello Irlandese poi, nascondeva per il resto la sua fisionomia.
La ragazza che serviva ai tavoli gli si avvicinò curiosa del piccolo uccellino.
Lui la invitò a carezzarlo, e lei si divertì un poco a farlo zampettare. Ne volle sapere di più, tanto era curiosa.
– Questo uccellino – le disse l’uomo – era perduto un po’ come me, in mezzo al questo mare. Nonostante sembri una animale comune, deve aver fatto centinaia di chilometri senza mangiare né bere, per trovarsi sperduto nell’oceano quel giorno, sopra il mio peschereccio.
– Ah, lei è pescatore?!
– Ma certo, da generazioni, lo sono – rispose il vecchio alla giovine.
– Anche mio padre, lo era… – disse lei sorridendo.
– Lo dite come se questo, mi permettesse di entrare nelle vostre grazie – sorrise lui.
Lei sorrise imbarazzata – Ma no… dite che è così?
La barista in quel momento, la richiamò all’ordine. Lei diede un bacio sulla guancia all’uomo, e l’invitò a vedersi più tardi.
Sotto un palazzetto vetusto, tutto edera e fiori, nel silenzio completo delle vie laterali, i due passeggiavano poco dopo verso casa di lei.
– Se non dicevo niente, non avrebbe dormito mica all’aperto, vero? – gli riproverò la ragazza.
– Mi sarei appoggiato ad una locanda – disse lui – lei è troppo ospitale; io potrei essere chiunque.
– Io so badare a me stessa. Mi dispiace non lo creda – sorrise.
– Mio padre era un pescatore della peggior specie, sà? Oggi mi vede così, reggipetto e capelli al vento… ma sò essere tosta, se voglio… – rise poi sotto i baffi, riferendosi a cose che non ci è dato sapere.
– Non lo nego – le lui disse – vorrei solo si tutelasse di più. Sa, per quanto poco la conosco già mi è cara…
Lei sorrise e girò improvvisamnte forte la chiave, in una tapparella incrostata.
– Permesso? – disse lui entrando in casa, nonostante il suo cicerone fosse a due passi da lui.
– Prego, faccia pure. si accomodi. – disse lei allentando il vestito.
– Non le dispiace, vero? – chiese ritirandosi in camera, dietro una tenda, a cambiarsi.
Lui sedette distrutto, su una poltrona profonda e parzialmente rovinata nell’imbottitura. Osservò i pochi ma scelti libri di una libreria esigua, ma fornita e buona. e la cura nell’arredo, ora dissimulata da oggetti lasciati qui o là per fretta più che per disordine.
Lei ricomparve allora, vestita d’un abito leggero, non adatto a quell’inverno, decorato a fiori di una stoffa pelosa, e forte. La sottile cordicella intorno ai fianchi e la curva del seno, interrotta dalla piega dei capezzoli morbidi, ricordavano un sogno di gioventù, una fanciullesca libertà perduta.
– Dovresti coprirti un poco – disse lui – fa freddo.
– È vero che me lo ricorda – rispose – ma non si atteggi a fare il padre con me. Non lo permetto.
– Allora mi parli di lui. Credo si una persona importante per lei, giusto? – Già, era un uomo speciale, ma purtroppo non lo vedo da anni. Nessuno dei sui amici sa dirmi niente di lui.
Sembra sparito nel nulla, nell’oceano pacifico. Ho perso mio nonno così, oramai dovrei esserci abituta. Eppure la morte, è qualcosa che dona sempre, meravigliae e dolore; indipendentemente dalle volte in cui la si e sperimentata o tormentatamente vissuta. Lei che mi dice della morte? – chiese lei in tono sincero.
– Io sono un assassino – rispose.
Lei stupefatta stava per chiedere ancora, quando lui stesso cominciò a raccontare.
– Sono un uomo capace, solo in cose di mare; di vele e di reti, timoni e ami da pesca, Eppure così sembra non essere stato, alla fine. C’era, durante il naufragio, una sola sciauppa. Io ero il capitano, e lui il mio secondo. Il capitano deve, sempre e comunque, scendere dalla nave per ultimo. Ma io ebbi paura e fuggii sulla scialuppa e con lui, abbandonando i miei uomini, a chissà quale sorte. Avevamo dell’acqua con noi, e del cibo, ma ben presto cominciò a scarseggiare anche quella.
– Una notte, – raccontò il vecchio – nel sonno, raddoppiai le mie scorte, soffocando il secondo e gettandolo in mare. È da allora che lo spirito tormenta le mie notti e anche i giorni, forse anche quelli oramai.
La ragazza turbata, stava sudando.. Camminava lentamente per la stanza semibuia e soffusa, affollata di pensieri e strani sogni.
Invitò l’uomo a coricarsi in salotto un pò di fretta. Se ne andò in camera, e dormi agitata e stanca.
Nel bel mezzo del sonno fu destata da un suono, una voce lontana che veniva dal salone. L’udiva parlare nel bel mezzo della notte, di sussurri, mentre percorreva il corridoio e la porta.
L’uccellino era lì, sulla spalla di lui, e gli sussurrava qualcosa in un orecchio, con una voce conosciuta.
– …Dì chi sei, a mia figlia! – ripeteva l’uccellino.
– Dì che sei il mio carnefice. Brutta bestia senza cuore!
L’uomo cercava di cacciare l’uccello, voltatosi, ma quello tornava a parlargli all'orecchio opposto. Zampettava qua e là, ma non lo lasciava dormire. La ragazza impaurita, tornò in camera sua, terrorizzata e pensierosa.
La mattina dopo, l’uomo si mostrava affabile e gentile, come sempre era stato con lei.
– Come ha dormito stanotte? – le chiese.
– Bene… – disse lei, assonnata e distratta.
– Ho una domanda da porle – disse, – se non sono indiscreto.
Lei assentì.
– Potrebbe per favore ospitarmi per un paio di notti ancora, finché non trovo un barca che mi riporti al mio porto? La ragazza interdetta, alla luce dei fatti, rispose: – Deve andarsene oggidì, da questa stessa casa. Se vuole posso darle dei soldi, ma deve andarsene a breve.
L’uomo scese le scale e si appoggiò al muro dell’androne, si accasciò a terra e si sdraiò come un barbone nei pressi della porta, fuori del palazzo e sotto l’edera ed i fiori.
Non dormiva da mesi, tormentato da quell’uccellino tremendo. L’aveva trovato per mare, o lui era stato trovato, poco dopo l’omicidio del suo secondo. Aveva cominciato a parlargli, a convincerlo a confessare. Ammazzarlo era inutile, si sarebbe ripresentato in altra forma, a tormentarlo.
Il vecchio marinaio, con i soldi della ragazza rossa, vergò quattro righe a mano su un foglio bianco, le spedì nella cassetta della casa piena di edera e di fiori.
Camminò veloce, sotto un cielo ancora plumbeo, e raggiunse un luogo dissimile in tutto dalla piazza, La stazione di polizia incuteva un timore strambo agli abitanti ignari di quel luogo libero e discinto.
Le loro punizioni, le loro leggi, sembravano in fondo, abbattersi a caso sulla gente. I veri colpevoli impuniti, i grandi torti mai e poi mai soluti; con lo stesso numero di persone in carcere ogni anno per la gioia di giornali e giornalai. Entrò e chiese al primo poliziotto in vista.
Gli disse – sono un assassino; voglio per me la galera.
Dopo le neccessarie deposizioni, il vecchio marinaio fu condotto nel braccio di chi attende un processo definitivo.
Fu segnato per l'impiccagione il giorno seguente, con una velocità immotivata, come sospinta da forze non del tutto chiare.
Durante le ore tarde, in cui lui cercava di dormire e riposare tormentato dal suo passero e dalla sua voce, in una strana coincidenza, la ragazza dai capelli rossi, ricevette in quelle stesse ore la sua lettera, con la sua sincera confessione. Sì vestì in tutta fretta, prese un dispendiosa carrozza per la piazza dove s’erano incontrati ore fà.
Si fece largo, tra la folla maleodorante, le loro giacche grasse e calde, pelose, pesanti e sporche.
Il vecchio saliva su, con passi incerti e con l'uccellino sulla spalla, veniva messo sullo sgabello, gli veniva legato il cappio.
Fu in quel momento, quando il boia azionò la leva fra le grida di giubilo, che un urlo tremendo e insensato sconvolse la piazza.
– Lo perdono! – diceva quell’urlo di donna – Lo perdono di tutto!!! – mentre la sera scemava, e la gente diradava per via.
Fra la piazza gremita ed il cielo, un uccello volò su quel nido ch’è il mondo.
Così, si perse nel buio dello spazio vuotato, che talvolta la gente distingue tra paradiso, ed inferno.

#racconti

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Il "Colto" In Fallo - About me: «Ciao! So cosa stai pensando: l'autore di questo testo è un pazzo, perchè dovrei seguirlo?
Beh Caro Mio, di tanto non ti sbagli, e il mio Disturbo Borderline di Personalità non da di certo un'ottima impressione di e su di me. Ma sappi, che un'idea banale e volgare, vuole che i pazzi, siano geni.
Dunque, se ritieni il contrario, dovrai dimostramelo...!»
Seriamente: «Sono stato uno scrittore amatoriale e altre varie cose, ancora più amatoriali. Amo scrivere e leggere libri di racconti e filosofia. Programmare computer e suonare.
Ho tanti sogni, ma quando mi sveglio, poi me ne dimentico...»